Ponticello
Da Vie di Genova.
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(piazza, vico Dritto e vico Nuovo di —, da v. Rivotorbido e da porta S. Andrea).
Sulla casa segnata col n. 20 è stata murata una lapide, a cura della Confederazione operaia genovese, che ricorda come ivi nel 1757 «Lorenzo Garaventa poneva la scritta: Qui si fa scuola per carità».
Del carrogio dritto fuori porta S. Andrea si ha notizia fin dal 999. In questa strada è la casa n. 37 identificata da Marcello Staglieno per quella che serviva di abitazione e officina a Domenico Colombo, padre dello scopritore del Nuovo Mondo, acquistata dal Municipio il 28 giugno 1887.
Quanto al Vico Nuovo (sebbene ancora così chiamato) risulta ch'esisteva fin dal secolo XIV con la stessa denominazione, conducente a Molcento.
Sull'angolo della casa che sta tra vico dritto di Ponticello e la via di Borgo Lanajuoli (e quindi proprio sulla piazza di Ponticello) è una lapide in bassorilievo che ricorda una delle più disastrose lotte fraterne delle nostre repubbliche medioevali. Dopo la battaglia della Meloria, che aveva quasi spopolata la città di Pisa, pareva che si fossero calmati gli spiriti bellicosi delle due repubbliche; ma il desiderio di vendicarsi della sconfitta subita spingeva i pisani a molestare di continuo i genovesi, per cui la lotta ebbe a continuare con non minore accanimento sino al 1290. In quest'anno, alleatisi i Genovesi con i Lucchesi, mossero guerra a Pisa, attaccandola questi ultimi da terra, i primi per mare. Fu armata dall'ufficio di Credenza una flotta di quaranta galere, come si legge nel Giustiniani, e sotto il comando di Conrado Doria la inviarono ai danni di Pisa. « L'almirante Conrado — così il Giustiniani — con certi ingegni di legnami nominati barbotte mise in puntelli la maggior torre del porto (pisano), e poi diede fuoco ai puntelli, e ruinò la torre agli 8 di settembre... E il giorno seguente il capitano Conrado fece applicare le barbotte all'altre torri; e gli uomini ch' erano in quelle, vedendo che non potevano resistere, si resero, salva la vita.. E Pisani fecero vendetta dei parenti di coloro che erano in le torri: e Genovesi ruinarono tutte le torri e tutte le fortezze del porto Pisano; e pigliarono il porto di Livorno, e ruppero la catena ferrea del porto Pisano, e la portarono a Genova... facendo più pezzi.»
Questa la narrazione dell'accurato annalista, alla quale parmi non dover aggiungere parola, tranne che questa guerra del 1290 segnò la rovina finale di Pisa. La casa ov'è murato il ricordo di Porto Pisano è coeva del fatto e v'ha chi dice che appartenesse a Corrado Doria; altri invece assicura che fosse del fabbro ferraio Carlo Noceti il quale sarebbe stato quegli che ruppe la catena del porto. Le catene portate via ai Pisani vennero appese quali trofei di vittoria, alle porte di Sant'Andrea, dei Vacca, alle arcate del palazzo delle Compere e vi rimasero sino al 1862, anno in cui furono restituite a Pisa che le collocò nel proprio Camposanto. La proposta di questa restituzione era stata già fatta nel 1848 in seno al Corpo Decurionale.
tratto da "Vie di Genova", F. Donaver, Ed. Moderna, Genova, 1912.
