Reggio Tommaso
Da Vie di Genova.
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(via —, già dell'Arcivescovato da v. Scurreria a p. Umberto I).
Verso piazza Umberto I e collegata al palazzo Ducale è la Torre alta m. 94. La parte in ischietta pietra fu costrutta nel 1307 col nome di Torre del popolo dai capitani Opizzino Spinola e Barnaba Doria; nel 1539 Simone Carbone la inalzò in laterizi come ora si trova. La campana o campanone (riparata inutilmente nel 1892) serviva a convocare il Consiglio e ad avvisare il pubblico; per cui coloro che avevano parte al governo non potevano allontanarsi tanto da non sentire il suono della campana. Su questa Torre sono murate tre lapidi; due ricordano congiure ordite da un Balbi e da un Della Torre a danno della Repubblica, una glorifica un martire precursore del Risorgimento. Dirò qui delle due congiure, mentre del martire dico altrove (v. Ruffini Jacopo).
Nel maggio del 1648 il governo dogale fu avvertito che da due anni si tramava una congiura capitanata dal nobile Gian Paolo Balbi. Infatti costui, di sottile ingegno, ardito e fecondo, ma vizioso e corrotto, tolta una casa in affitto presso l'oratorio di Sant'Antonio vicino a piazza Sarzano, vi aveva fatto praticare un buco sotterraneo aprendo una strada al mare. Ciò compiuto, si volse, a mezzo dei suoi fidati fratelli Questa, uno dei quali era agli stipendi francesi, al governo di Francia offrendo di dargli Genova nelle mani, mediante compenso. Il cardinale Giulio Mazzarino, allora onnipotente, rifiutò l'offerta; ma poco appresso i fratelli Questa tornarono in Francia ben istruiti del progetto del Balbi e ritentarono la prova. Il progetto era questo. Mentre la flotta francese si trovava a Vado, qualche vascello nottetempo si sarebbe avvicinato alle mura di Genova sotto Sarzano, dove per l'apertura praticata sarebbero entrati i soldati francesi. Di giorno poi la flotta forzato il porto avrebbe cooperato all'occupazione della città. Il Balbi domandava per compenso il governo della Liguria e della Corsica col titolo di Arciduca. Al Mazzarino anche questa volta non andò a fagiuolo il progetto e fatto dare qualche denaro ai Questa li accomiatò senz'altro. Allora Stefano Questa tornato a Genova, senza speranza di prossimo guadagno, mentre il Balbi si trovava in Milano, svelò ogni cosa al governo dogale ottenendo larga ricompensa e l'impunità per sé e pel fratello. Il governo tentò far arrestare il Balbi a Milano, ma egli, avuto sentore della cosa, riparò fra gli Svizzeri e quindi a Parigi e il 7 luglio 1648 gli inquisitori di Stato lo condannarono contumace alla pena di morte, promettendo un premio di 40 mila lire a chi l'uccidesse. Il Balbi tentò ancora d'indurre il Mazzarino ad accettare l'offerta; si volse pure alla Spagna e ad altri Stati inutilmente. Un figlio del Vachero lo spiava in Francia per conto dell'ambasciatore di Genova e tentava arrestarlo; però il Balbi riuscì sempre a sfuggire ogni trappola, e peregrinando di paese in paese finì miseramente la vita in Amsterdam verso il 1675.
Raffaele Della Torre, di nobile famiglia ma di animo malvagio, dopo aver commesso reati d'assassinio e di furto, con alquanti sicarii assalì nottetempo una nave carica di valori che navigava da Genova verso Livorno e ne fece bottino. Scoperto il misfatto, egli riparò a Marsiglia, mentre gli veniva istruito il processo ed era condannato alla forca e alla confisca dei beni. Passato il Della Torre a Oneglia, soggetta al duca di Savoia, con quel governatore savoino pronunziò minaccie contro la repubblica che lo aveva condannato; ed essendo stato questo riferito alla Corte di Torino, il marchese di Simiane, che lo conosceva d'antica data, lo invitò a recarsi in Torino dove lo presentò al duca che lo trattò cortesemente e lo creò capitano in un reggimento di corazzieri. Informato il duca di Savoia del mal talento di Della Torre contro Genova sua patria, lo eccitò, pronto a fornirgli dei mezzi, a dargli l'agognata possessione della nostra repubblica. Il Della Torre recatosi a Finale interessò Angelo Maria Vico che stava in Mallare a secondarlo. Si procurò aderenti in Genova stessa e nella vallata del Bisagno; quindi combinò col duca di Savoia che l'esercito suo investisse Savona e la fortezza di Vado, mentre egli invaderebbe il genovesato pel Bisagno. Tutto era disposto all'impresa e si cominciava a mandarla ad effetto, quando, era l'anno 1672, il Vico scoperse ogni cosa al governo della repubblica che subito mandò soldatesche a rafforzare Savona e Vado e altre ne inviò nelle vallate del Bisagno e della Polcevera. Il Della Torre, informato che tutto era scoperto, fuggì in una villa del piacentino, quindi a Torino. Il governo, premiato largamente il Vico, mandò sulla forca i complici del traditore, e questi condannò una seconda volta a morte per alto tradimento ordinando che una lapide d'infamia fosse apposta sulla torre del palazzo ducale. Egli non cadde mai nelle mani dei suoi concittadini, cui tentò di fare ogni male, e fu ucciso in Venezia nel 1681, mentre, mascherato, correva le vie di quella città.
Ed ora un cenno sul titolare della via.
Nicola Tommaso Reggio nacque di patrizia famiglia in Genova, piazza Giustiniani, il 9 gennaio 1818. Abbracciata la carriera ecclesiastica, fu ben presto vice-rettore del Seminario di Genova e poi rettore in quello di Chiavari. Nel 1850 fu eletto Abate della collegiata di S. Maria Assunta in Carignano; nel 1877 vescovo di Ventimiglia; nel 1892 arcivescovo di Genova. Morì il 22 novembre 1901 in Triora, rimpianto da tutti per le sue belle qualità, gentilezza e signorilità di maniere, cuore largo e di sentimenti liberali, compatibilmente alla posizione che occupava.
tratto da "Vie di Genova", F. Donaver, Ed. Moderna, Genova, 1912.
